Dopo un’infanzia e un’adolescenza rigida, ho sempre sognato di vivere in una casa senza regole. Nessun mobile, niente televisione, nessuna stanza a delimitare ulteriormente gli spazi all’interno delle mie mura. Nella mia casa non volevo etichette: non ci sarebbe stato alcun salone, alcuna cucina; non ci sarebbe stata la cabina armadio o la camera per gli ospiti. Ogni angolo doveva essere destinato al miglior uso possibile che mi sarebbe venuto in mente di farne in ogni momento. Ed è così che il bagno era diventato uno studio di registrazione, per esempio.
Nella mia casa rigorosamente in affitto, la musica era fondamentale, la vera padrona di casa; e anche il silenzio era un portale verso dimensioni inaccessibili e inesplorate. Non ero in grado di scrivere con la musica alta. Mettevo su vinili di musica d’ambiente, o niente; e mi godevo i rumori dello spazio, quelli che venivano da fuori. La gente va a vivere in campagna perché non sente la musica che viene da fuori: i clacson, due macchine che si tamponano, un vecchio che urla, il treno che passa incessantemente all’altezza del mio appartamento…
Insomma, nonostante non vedessi molta gente, non mi sentivo mai da solo. Feci amicizia con i gatti randagi del viottolo affianco al portone di ingresso. Uscivo per fare la spesa o per fare qualche passeggiata. Era estate e anche lo smog aveva un che di romantico. Che bello quando il sole tramonta tardi. Mangiavo poco o niente, sembravo uno studente universitario in crisi – eppure ricordo quel periodo come il più bello della mia vita.
Questo si rifletté com’è ovvio sulla mia produzione artistica, che fu di gran lunga la più prolifica e ispirata della mia “carriera”. Non mettevo da parte quasi nulla, ma scrivevo racconti brevi che venivano pubblicati con regolarità sul New Yorker. Mi guadagnavo quello che mi serviva per vivere, e tutto filava liscio. Avrei potuto andare avanti così per sempre.
Un giorno mi invitarono alla festa in redazione. Avendo pubblicato 13 racconti da maggio a settembre sulla rivista, ormai avevo il mio seguito tra i dipendenti del giornale. Il mio stile a metà tra la satira e la malinconia da artista vissuto doveva aver spopolato in particolare tra le giovani dipendenti, mi dissi. E così mi recai al gala di tutto punto, con un magnifico smoking noleggiato. Mi sentivo un principe per una notte.
Tra un drink e una chiacchiera, una chiacchiera e un drink, conobbi Marta. Marta mi aveva tradotto per l’edizione spagnola ed era innamorata del mio lavoro. Sembrava come me una ragazza di buona famiglia che aveva deciso di rinunciare alla strada che era stata con cura e premura preparata per lei. Si intuiva dal suo modo di parlare, così brillante, tipico di una persona che non aveva soltanto studiato, ma aveva sempre respirato cultura sin da piccolo; eppure era vestita in modo semplicissimo, ed era priva di qualsiasi spocchia. Aveva qualche anno meno di me, scriveva anche lei, ma non era stata ancora pubblicata. Bevemmo, fumammo, e mi innamorai di lei follemente.
Aveva gli occhi di un cerbiatto, marroni, dolcissimi; e anche lei, incredibilmente, si innamorò di me. La prima volta che venne a casa mia fu stupita dall’arredamento spoglio e minimalista (non c’era nulla). Mi disse che lo adorava. Facemmo l’amore sei volte sul futon. Alla fine avevamo entrambi mal di schiena.
Ci cominciammo a frequentare in modo sempre più assiduo, e visto che Marta divideva la casa con altre studentesse, stava spesso da me. Scoprii molte cose di lei. I genitori la volevano medico, ma lei ripudiava tutto quello che non era poesia, e voleva vivere una vita da anticonformista, proprio come volevo io. Aveva smesso di parlare con loro, così come avevo smesso io. Eravamo fatti l’uno per l’altra.
Comprai un tavolo per permetterci di scrivere uno di fronte all’altro. Scrivevamo e facevamo l’amore, facevamo l’amore e scrivevamo. Ogni tanto ci scolavamo una bottiglia di vino e poi uscivamo a barcollare abbracciati per strada in mezzo alla gente che ci evitava. Andammo avanti così per un anno. Lei fu pubblicata, qualche volta; io non feci grossi passi in avanti. In realtà, guadagnavo più o meno sempre niente. Lei era messa anche peggio: aveva deciso di smettere di fare le traduzioni per concentrarsi sulla sua arte. Eravamo poveri in canna, ma non ci pensavamo ed eravamo felici.
Marta riceveva a cadenza regolare le telefonate di sua sorella maggiore, Carla. Carla lavorava come agente immobiliare ed era sposata con un ricco broker. Si preoccupava per lei, ma Marta sbuffava al telefono. Le diceva che stava inseguendo il suo sogno, e bla bla bla, non aveva bisogno di intromissioni. Una volta la sentii dire che non si poteva essere ricchi per affermarsi come scrittori; che bisognava essere un po’ nella merda. Io ero d’accordo, ma mi chiedevo per quanto sarebbe andata avanti a resistere al richiamo dell’agio della sua vecchia vita.
Un giorno venni a sapere che suo padre l’aveva seguita sotto casa e le aveva parlato. Le aveva detto di lasciarmi, che ero un buono a nulla, un artista fallito; che era ancora in tempo per combinare qualcosa con la sua vita, eccetera eccetera.
Lei fu arrabbiata per giorni, non rivolse la parola nemmeno a me; ma da allora non fu più la stessa cosa. Marta era sempre nervosa, si mangiava sempre le unghie. Aveva lasciato la sua casa e ormai viveva stabilmente da me. Aveva ordinato un divano e un cucinotto senza consultarmi. Quando ho provato a protestare mi ha risposto “Per quanto ancora pensavi di andare avanti senza arredamento?”. Non ho risposto – sapevo dove sarebbe andata a finire. Eppure io ero innamorato.
Cominciò a darmi addosso, dicendomi che come scrittore non avrei mai sfondato e che avrei fatto meglio a trovarmi un lavoro vero. Aveva ragione. Avevo 30 anni e non avevo concluso nulla con la mia “arte”. Stavo continuando a pubblicare racconti, e provavo a scrivere il mio primo romanzo. Ma non ero convinto, non mi sentivo ispirato e sentivo di non andare da nessuna parte. Così la ascoltai.
Trovai un lavoro in una casa editrice. Il mio ruolo era di organizzare i reading di scrittori, per lo più semi-sconosciuti. Si presentavano come delle rockstar a firmare copie per 15 persone. Romanzi sci-fi improbabili, poesie erotiche senza fantasia… Un disastro. Il mio compito più complicato era quello di organizzare il bar, che puntualmente vedeva il grande artista ubriaco a importunare qualsiasi essere femminile passasse. Come da copione, iniziai a deprimermi.
Nel frattempo Marta aveva ricominciato a vedere i suoi, e anche i suoi vecchi amici. Era tornata alla Columbia e aveva smesso di scrivere. La sera mi rivolgeva poco la parola e non facevamo mai l’amore. Una sola volta lei scese con la testa sotto le lenzuola, e mi prese l’uccello in bocca. In due minuti mi aveva già conquistato e risalì con la testa in superficie, l’espressione sempre impassibile. “Sei ingrassato”, mi disse; e si mise a dormire. Aveva ragione pure su quello.
Avevo quasi 31 anni quando Marta mi lasciò. Si mise con un compagno di corso, anche lui futuro medico, un biondo di un metro e novanta che girava con la camicia anche a colazione. Vacanze di qua, serate di là. Insomma, aveva cambiato vita. L’ho visto online, sul suo profilo. Poi ho alzato lo sguardo. Casa mia era completamente ammobiliata. Aveva persino insistito per comprare un letto. Lontani erano i tempi del sesso sul futon. Erano passati 5 anni e a me cos’era rimasto? Aprii il computer e misi a cercare una nuova casa, non ammobiliata. E via che si riparte.

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