La prima domenica che la mia ormai ex ragazza mi portò a casa per conoscere i suoi fu un inferno. Avevo capito che fosse ricca ma non a questi livelli, del tipo che il padre le mandava bonifici da decine di migliaia di euro al mese per mangiare (ma quanto magnavi?), e altre attività che la mia mente non riesce nemmeno a immaginarsi e dunque definisce “varie ed eventuali”.
Non avevo nemmeno capito come diamine avessi fatto a conquistarla, portandola in quel baretto del cazzo sotto il portico in Moscova dove neanche Iddio si farebbe offrire da bere, smezzandoci un Negroni per ubriacarci a bassa spesa e fumando le mie sigarette rollate a mano. Avevamo parlato dei nostri progetti per il futuro e lei voleva continuare a studiare a oltranza mentre si manteneva con lavoretti da adolescente. Lì per lì, l’avevo trovata ammirevole.
Ma dopo svariati kebab e cinemini “gratis” (solo perché conoscevo quel terrapiattista del mio amico Giordano che ci lavorava come ingressista), condimento di un periodo felice di sesso e passeggiate mano nella mano, il colpo di entrare a tutti gli effetti a far parte della sua vita fu insostenibile.
Vedendo il busto del Duce nel cortile d’ingresso del suo “castello” quasi mi prese un attacco di panico. Io, proprio Io che sul diario Smemoranda delle elementari avevo incollato l’adesivo di Trotsky, il mio idolo.
Venne fuori che il padre era un magnate dell’industria agro-alimentare ormai in pensione, liquidato per centinaia di milioni di euro. Mi squadrò sotto i baffi e in quel momento mi vergognai di essermi lavato male. Mi puzzava infatti l’ascella destra. Purtroppo, mi ero svegliato tardi e avevo fatto tutto di fretta.
Tra le porzioni piccole di portate con percentuali di grasso estremamente ridotte, i discorsi anti-razzisti della madre, le domande del padre “cosa farai?”, io, che non potevo rispondere che mi sarebbe piaciuto imbarcarmi sul canale della Manica e diventare un Mozzo professionista, girare il mondo, scoparmi le negre che avevano già scartato i miei superiori; io, che non volevo arricchirmi di un euro, ma vivere come un “alito di vento”, come si dice quando non vuoi scegliere neanche le mutande che metterai il giorno dopo; io che sarei chiaramente stato una scelta subottimale per la figlia, una comparsa nel film Premio Oscar che era destinata ad essere la sua vita; ammutolii di colpo, io, proprio io che non stavo zitto mai.
Scopare: bello, sì, ma a che prezzo? Nella mia testa, Trotsky non parlava più – stranamente, di solito lo faceva in italiano – bensì scuoteva la testa e si puliva gli occhialetti con la giacca (il panno non è davvero necessario). Mi assentai e andai in bagno. Con il telefono riuscii a localizzare il corteo più vicino, una manifestazione per investire sulla sanità pubblica in zona laghetti Forlanini. Entrare nel merito della vicenda non mi importava in quel momento. Salutai solo la filippina che stava cucinando una meravigliosa Anitra all’Orange; scappai più veloce che potevo, verso la parata, fiero, FIERO della mia ascella sudata e di non essermi lavato i capelli negli ultimi quattro (QUATTRO!) giorni. E Trotsky… Trotsky, che come un sole risplendeva dentro di me, finalmente sorrise.

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