Sin dal primo giorno in cui mi sono trasferito nella nuova casa, ho preso l’abitudine di fumare fuori sul balcone della camera di Enrico. Fumo senza pensarci, preso dalle mille questioni che mi assillano continuamente durante la giornata, e scrollo la cenere della sigaretta appena di la dalla ringhiera del balcone, noncurante di chi o cosa ci sia sotto di me. In effetti, il posacenere è posto in alto su un armadio, all’esterno, e ogni volta il gesto di alzare il braccio per ciccare mi sa fatica.
Un giorno, però, tornando verso casa dopo essere andato a gettare l’immondizia, ho notato una signora che esce sul balcone della casa appena sotto di noi. Dopo una rapida ispezione al citofono, ho scoperto trattarsi della signora Takumi. La signora Takumi ha a occhio e croce sui 115 anni, è alta non più di ottanta centimetri e cammina come un pinguino, sia per ovvie ragioni dovute all’età, sia per le ciabattine di legno che indossa, le quali non le permettono un fluido movimento delle gambe. Le rughe sul suo volto sono non meno delle stelle del cielo; e sorride sempre.
Credo sia vedova. Non ho mai visto suo marito, infatti, e il citofono ha un solo cognome. Da quel giorno ho cominciato a farci attenzione: esce spesso sul balcone, e con uno straccio pulisce la ringhiera dalla cenere che le arriva dal piano di sopra. Non una volta, però, mi è arrivata una lamentela per questo fatto. Lei semplicemente esce, sempre sorridente, e pulisce la sua ringhiera. Poi torna al caldo della sua dimora.
Dai camerieri del bar sotto casa ho scoperto che la signora Takumi è in pensione da molti anni, e negli ultimi trenta la sua mansione principale è diventata gestire le piantine che accudisce come figli sul suo balcone. Ne possiede circa otto. Non sono appariscenti; sono piccole, ma rigogliose.
Ho smesso di far cadere la cenere dal balcone. Ho deciso che d’ora in avanti ciccherò nel posacenere. Forse sono stato troppo preso da me stesso per rendermi conto di stare arrecando un danno alla signora Takumi. Mi piace comunque pensare che lei, nel breve periodo in cui doveva spolverare continuamente la sua ringhiera, si sia sentita meno sola. Come se fossi anche io una sua piantina, che cresce un po’ storta e che va innaffiata con pazienza, senza metterle troppa pressione addosso, in attesa che si corregga da sola.

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